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Andrea Giacomin, founder di HungryforMilano

– Chi sei? Dove sei nato e dove vivi?

Ciao, sono Andrea Giacomin e sono orgogliosamente milanese. Vivo però appena fuori Milano, a Noviglio.
La campagna è uno stato mentale, aiuta a riflettere.

– Di cosa ti occupi? Come sei arrivato a questo impiego?

Mi occupo di Food Marketing e Brand Strategy, da alcuni anni.
Ho fatto il Web & Graphic Designer per molti anni, prima di vendere l’anima al Project Management in una multinazionale francese.
Ma sempre coltivato il Food e il Design come passione, prima di trasformarli in disciplina.
Li amo entrambi perché sono legati all’aspetto materico delle cose, si possono toccare.

– Cosa ne pensi dell’utilizzo dei social network per il lavoro?

Come ogni cosa, sono un mezzo per giungere da qualche parte.
Hanno facilitato moltissimo il flusso di comunicazione, ma credo ancora che nessun social possa sostituirsi a una buona idea, o essere la cura per una che non funziona.
Un buon progetto deve reggersi in piedi a prescindere dal canale che usi.

– Quanto è importante la passione per raggiungere i traguardi?

Fondamentale. È ciò che ti consente di non lamentarti troppo degli orari assurdi che ti trovi a fare, ogni piccolo risultato frutto della propria passione vale doppio.

– Qual è stata l’occasione o l’avvenimento che ti ha portato a cambiare completamente vita?

Più che un’occasione, un insieme di bisogni: il non voler più dipendere da altri nelle proprie scelte organizzative, la routine dei progetti, e il voler scegliere se cadere o volare, ma solo con le proprie gambe.
Una certa allergia alle gerarchie, quando sono fini a sé stesse e a volte stupide.
E non ultimo, una promessa a mio padre, scomparso da poco.

– Credi che i giovani possano creare una nuova imprenditoria, sia essa digitale o meno?

Senza dubbio, anzi la incoraggio con tutte le forze. A patto che mettano in campo una visione etica del mondo e di sé stessi, e siano meno suscettibili al compromesso di quanto lo sono state le generazioni prima.
Ma soprattutto, facendo tesoro degli enormi strumenti di cui disponiamo ora, ma guardando al coraggio e audacia degli imprenditori degli anni 60/70.
Come detto, il digitale è un mezzo per fare impresa, non è mai il fine.

– Quanto è importante viaggiare per creare le proprie opportunità?

Moltissimo. Il confronto con altre realtà estere aiuta a diffondere la propria creatività, di cui in Italia siamo portatori sani a livello mondiale. Ma anche ad acquisire la cultura del metodo, del merito e del valore dei risultati, soprattutto nel mondo anglosassone, di cui invece in Italia siamo ancora sprovvisti.
Ma è un fatto genetico, è DNA.
Uscire dalla zona di comfort serve a sperimentare, crescere, per poi nel caso riportare un modello valido a casa propria.

– Lavoro, è presente e non si ha voglia, va creato o non ce n’è?

In questo sono piuttosto radicale. Il lavoro c’è sempre se lo sai creare, credo però che non tutti siano adatti allo stesso lavoro, e viceversa.
Molti devono acquisire il fatto che il lavoro non è cambiato, ma lo è il modo in cui lo si genera, le competenze di oggi 10 anni fa – ma anche di 5 – erano impensabili, e non parlo solo del digital.

– In cosa è differente il tuo modo di lavorare?

Nei progetti che scelgo cerco di seguire una visione d’insieme, provando ad armonizzare tutti gli aspetti, non solo grafici ma anche progettuali.
Metto il mio stile in modo molto netto e la mia sensibilità, e chiedo al cliente di seguirla, è un atto di fiducia prima di tutto.
A cui si affianca anche la capacità, a volte, di saper dire di no quando serve ed è utile al progetto.

– Secondo te, perché sei riuscito ad arrivare dove sei? Quale strategia ha funzionato di più?

Premetto che cerco ogni giorno di non sentirmi arrivato da nessuna parte, ma ogni volta metto qualcosa in più del giorno prima, e qualche errore in meno.
Sicuramente ho più autorevolezza nel settore, lavorare con grandi player ha aiutato molto a definire un proprio stile e metodo, inoltre credo che curare moltissimo i dettagli, ascoltare e osservare da vicino il cliente faccia la differenza.
Ma è riuscire a fare molto bene con i piccoli, sono quelli davvero a distinguerti nella massa di altri consulenti.

– Quanto è importante il marketing, la parte strategica e la comunicazione, quanto hanno inficiato nel raggiungimento dei tuoi traguardi?

Nel mio caso, direi al 50%, non oltre.
Ho basato la mia attività non su una presenza costante e assidua online, ma anche su visione, spirito di osservazione, capacità di sintesi progettuale.
Sapere anche dire che in un progetto alcune attività non servono e sono anzi controproducenti per un brand, e condensare in pochi tratti un marchio o prodotto di valore.
Ammetto però che mi piace molto pubblicare contenuti, a patto che trasferiscano valore reale, e non solo per il solo gusto di esserci o per fare clickbait.
Ad esempio, seguo in modo specifico il mercato dell’olio Evo, da 2 anni il mio articolo è il più consultato d’Italia.

– Qual è il nemico peggiore; mancanza di aspirazione o voglia di avere tutto e subito senza sacrifici?

Ne vedo molti di nemici, all’orizzonte.
La voglia di avere tutto non è un ostacolo, quando si traduce in sana ambizione e spirito competitivo.
Casomai, lo diventa quando non si è disposti a cadere, o ad ascoltare, pensando di avere già tutte le risposte  per via di una presunta padronanza degli strumenti.
Vedo flotte di giovani marketers pieni di boria, che crollano miseramente davanti al board di un’azienda o a imprenditori molto preparati.
L’esperienza comporta il prezzo di qualche cicatrice, è una regola che non sfugge mai.

– Se potessi tornare indietro per cambiare qualche scelta fatta in passato, cambieresti qualcosa?

A parte utilizzare Windows per 12 anni? Scherzo, naturalmente, ma da designer neanche troppo.
Credo che vorrei sicuramente anticipare alcune scelte, e accetterei di espatriare per alcuni anni, e aprire il mio marchio negli USA.
Per come vedo oggi ancora l’Italia rispetto al libero professionismo, è il più grande rimpianto.

– Quanto è importante circondarsi di persone che ce l’hanno fatta?

Abbastanza, ma lo è ancora di più avere intorno persone che ce l’hanno fatta dopo avere sbagliato tanto.
Sono gli errori a darci la misura della realtà: prima di saltare in alto, anche a livello imprenditoriale, bisogna avere entrambi i piedi ben appoggiati a terra.

– Raccontaci un piccolo aneddoto che descrive perfettamente la tua personalità

Da piccolo, quando giocavo a pallone in cortile, mi chiamavano ‘Tenace’, è stato il mio soprannome per molto tempo, perché non mollavo mai la palla.
Un paio di anni fa, un grande imprenditore nell’hotellerie e nel Food mi ha contattato per una proposta di lavoro, poi non andata subito a buon fine.
Per un anno ci siamo scritti, e ho continuato a consigliarlo senza pretendere nulla, ma per puro spirito di servizio.
Oggi è probabilmente il mio miglior cliente, ripone fiducia totale, e curo per lui tutta la strategia web del gruppo.
Ecco, diciamo che mollare subito il colpo non mi viene facile.

– BONUS: Dove possiamo seguirti? Linka i tuoi canali

Mi trovare sul web come HungryforMilano (www.hungryformilano.com), così anche su Facebook (facebook.com/hungryformilano/), e Instagram (https://www.instagram.com/hungryformilano/).
Inoltre sono su LinkedIn con il mio profilo personale (https://www.linkedin.com/in/andrea-giacomin-a19a3029/).


Ma come vedete, non ho la smania di aumentare i fan, alle folle continuo a preferire pochi intimi.

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